Il boulevard delle ossa

Il boulevard delle ossa (Léo Malet)Léo Malet è un autore piuttosto famoso della letteratura noir francese. Coetaneo dell'ancor più famoso Georges Simenon a lui è stato spesso accostato ed accoppiato.

Indubbiamente molte cose accomunano i due padri del romanzo poliziesco francese (sebbene Simenon sia di nascita belga) ma altrettante li distinguono.

"Il boulevard delle ossa" di Léo Malet è l'esempio di questa somigliante diversità.

Protagonista della storia, come di altri romanzi di Malet, è l'investigatore privato Nestor Burma, titolare dell'agenzia Fiat Lux di Parigi.

Un commerciante di diamanti, Omar Goldy, chiede a Burma, poco incline al lavoro per la recente vincita milionaria condivisa con la sua assistente Hélèn alla lotteria nazionale, di indagare su un cinese, proprietario di un ristorante, e di suoi possibili contatti e collegamenti con alcuni russi, anzi, alcune donne russe non meglio identificate.

Nonostante la mancanza di impellente necessità di denaro il cospicuo anticipo convince Burma ad accettare l'incarico sebbene risulti fumoso ed incerto.

Ne segue un tourbillon di ricerche e scoperte che coinvolge altri commercianti di diamanti ed ovviamente diamanti veri e propri, una boutique di lingerie, profughi russi "bianchi", scheletri, scomparse più o meno misteriose e cadaveri nascosti.

La trama scorre veloce ed in modo assai gradevole. Lo sviluppo noir è interessante ma non pressante né, tanto meno, opprimente inframmezzato da divagazioni leggere e divertenti.

Un poliziesco dunque leggero che non tocca mai le tradizionali vette di angoscia e suspance del genere ma che non perde mai il filo narrativo dell'indagine, quasi privo di colpi di scena ma pieno di sorprese, strutturato in modo semplice ma ricco di piacevoli divagazioni.

Con i romanzi di Simenon il nostro autore certamente condivide l'atmosfera e l'ambientazione profondamente francese (magnificamente parigina quella di Malet), una grande capacità di scrittura e descrizione (anche di dettagli minori) e la costruzione di una trama noir ben strutturata.

Malet però risulta essere più leggero e frizzante e la sua Parigi più divertente. Lo stesso personaggio principale, il detective Nestor Burma, così come la sua assistente/segretaria Hélèn sono ironici e, soprattutto, profondamente autoironici.

Un bel libro. Piacevole e rilassante.

Pubblicata su Ciao.it: 12/11/17
Pubblicata su Libri e Libretti: 02/12/17


Le solite sospette

Le solite sospette (John Niven)
Scorrono rapide le circa trecentocinquanta pagine del romanzo di John Niven "Le solite sospette". La storia surreale di Susan, Jill, Ethel e Julie strappa infatti più di una risata senza mai cadere nel becero e senza mai smettere di far trasparire anche un po' di amarezza.

Sono proprio Susan, Jill, Ethel e Julie, quattro pimpantissime donne tra i sessanta e gli ottanta, le protagoniste assolute a dominare la scena ma non sono da meno i co-protagonisti, in particolare i due poliziotti inglesi, il sergente Boscombe ed il suo assistente Wesley, che hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo della storia e della sua comicità.

La trama è piuttosto semplice ed il romanzo ha uno sviluppo molto lineare, quasi da sceneggiatura cinematografica.

Per diversi motivi, tutti molto seri, tristi e preoccupanti (anche se in alcuni casi bizzarri) Susan, Jill, Ethel e Julie si trovano in un momento di crisi profonda della loro vita e, soprattutto, con la necessità impellente, di procurarsi del denaro.

Nasce l'idea assurda di una rapina che, con l'aiuto di un ex rapinatore ottuagenario molto mal messo (dallo spettacolare nome di Stimmate), prende corpo in un'ancora più assurda azione reale.

Ovviamente c'è un intoppo, anzi, molti intoppi tra cui la presenza al momento della rapina di due poliziotti (Boscombe e Wesley) e la rapina si trasforma in un inseguimento ed una caccia all'uomo, anzi alle anziane donne che travalica i confini inglesi e... in qualche modo si conclude ma n quale esattamente lasciamo scoprire a chi avrà la voglia di dedicarsi alla lettura.

Certo il romanzo è leggerino anche se, come già detto, non privo nella parte inziale di una certa critica sociale ma è ben scritto, ben strutturato e soprattutto con dei passagi assolutamente esilaranti.

Semplice, scorrevole, allegro. Ennesima buona prova per Niven che ha nel curriculum un paio di romanzi dello stesso genere e probabilmente migliori di questo.

Non è imperdibile ma assolutamente leggibile.

Pubblicata su Ciao.it: 08/01/17
Pubblicata su Libri e Libretti: 22/04/17


La ferocia

La ferocia (Nicola Lagioia)
Non sempre i premi letterari sono garanzia di qualità di un libro, anzi, lo sono raramente.

"La Ferocia" di Nicola Lagioia ha vinto il Premio Strega e viene da chiedersi sulla base di quali ragioni e grazie a quali qualità.
 
La storia ha un inizio molto noir (una ragazza nuda ed insanguinata cammina nella notte al centro di una strada) ma in poche pagine si scioglie come neve al sole ed in meno di cento pagine diventa chiara e scontata.

Il libro però ha molte altre pretese. Vuole svelare il mondo dei palazzinari, la corruzione del sistema pubblico, essere una ferocia condanna della società attuale priva di ideali, dominata solo dall'ambizione, dal potere e dal denaro.
 
Per aggiungere un po' di carne al fuoco Lagioia intreccia anche una complessa e sinceramente poco comprensibile storia familiare. Un padre padrone spregiudicato, una madre affettivamente assente, due figli tormentati ai quali si aggiunge anche un figlio, nato fuori dal matrimonio ed accolto in famiglia, ancora più tormentato e problematico.

Siccome il libro e l'autore hanno pretese molto elevate qua e là vengono infilate lunghe e noiose frasi dal taglio vagamente onirico, spesso fuori contesto, che sembrano essere là proprio solo per elevare ed abbellire il livello del testo, quasi degli esercizi accademici di stile.
 
Appare chiaro che l'opera di Lagioia non mi è piaciuta ma mi ha addirittura irritato. L'insieme del romanzo, la struttura del racconto e, soprattutto, il tipo di scrittura danno la netta la sensazione che l'autore volesse scrivere un romanzo da premio ed a tavolino abbia scelto gli ingredienti cercando di cucinare un piatto buono per tutti i palati.
 
Il risultato però è davvero pessimo. La trama, debole e confusa, non ha una linea e vaga in modo altalenante senza mai riuscire a diventare realmente interessante.
 
I personaggi, stereotipati e banali, sono caratterizzati in modo rigido e restano inchiodati allo schema fin dalla prima apparizione.
La scrittura, noiosa e caotica, viene immotivatamente spezzata da una lunga serie di frasi e parole messe quasi a caso che sembrano essere create solo per il loro bel suono.
 
Portare a termine la lettura non è cosa semplice e richiede un grande sforzo di volontà. Solo il rispetto per i libri ed il dispiacere di non portarli a termine mi ha consentito di arrivare al fondo di queste quattrocento pagine.
Non mi sento di consigliarlo ma, ovviamente, ognuno è libero di scegliere cosa leggere. Anche di leggere un brutto libro.


Pubblicata su Ciao.it: 24/11/15
Pubblicata su Libri e Libretti: 26/02/17

Il cielo sopra Torino. 1940 e dintorni

"Il cielo sopra Torino - 1940 e dintorni" è un bel giallo scritto da un innamorato della sua città e pubblicato da un editore altrettanto appassionato.

L'autore, Corrado Farina, infatti nasce e vive a Torino fino al suo trasferimento a Roma e della città natale resta sempre innamorato ritrovandola spesso non solo nei romanzi ma anche nel suo lavoro di regista e sceneggiatore cinematografico e televisivo.

L'editore, Mario Fogola, non solo ha dedicato la sua attenzione a Torino (anche con una collana di gialli dedicata alla città) ma è anche stato una presenza costante ed imperdibile della vita letteraria cittadina grazie alla famosissima libreria di Piazza Carlo Felice purtroppo chiusa recentemente.

Il libro si apre nel 1940, immediatamente dopo la dichiarazione di entrata in guerra di Mussolini del 10 giugno, e si conclude sessant’anni dopo, all'inizio dei lavori di preparazione per le olimpiadi invernali del 2006. Una serie di spostamenti in avanti e flashback fanno scorrere il racconto attraverso diverse epoche ma anche attraverso diversi luoghi, da Torino a Trieste ed alla risiera di San Sabba.

Senza entrare troppo nei dettagli del libro che resta pur sempre un giallo e non va quindi svelato, si può dire che il vice-commissario Oddo Olivieri viene incaricato di indagare sull'assassinio di un giovane, Carlo Audisio, studente universitario e fascista emergente, avvenuto su corso Vittorio Emanuele II proprio a pochi passi dal noto monumento al primo re d'Italia.

Le indagini di Olivieri vengono però interrotte abbastanza bruscamente a causa dell'inizio della guerra e della scarsa volontà dell'apparato di approfondire la morte misteriosa di un fascista che aveva una relazione con un'universitaria ebrea. Solo sessanta anni dopo ancora con Olivieri, oramai pensionato ma che non ha dimenticato, il delitto viene risolto e svelato al lettore.

La storia è molto curata dal punto di vista storico e piacevolmente ricca di piccoli dettagli della vita quotidiana, di richiami a personaggi reali e di fantasia (come quelli dei fumetti del Corriere dei Piccoli) dell'epoca ma soprattutto non manca sotto traccia, e forse nemmeno troppo sotto, di riferimenti letterari ed in particolare cinematografici (il titolo stesso è un chiaro richiamo al cinema d'autore) stuzzicanti.

Il libro forse perde un po' di fascino, per chi non ha vissuto nella capitale sabauda e si limita a seguirne la trama ma per chi è torinese (o lo è stato) è davvero molto coinvolgente.


Pubblicata su Ciao.it: 01/02/16
Pubblicata su Libri e Libretti: 17/12/16


La vita sessuale dei nostri antenati

"La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi)" di Bianca Pitzorno è un libro davvero sorprendente.

Il titolo lo fa sembrare un noioso saggio, uno studio sociale o antropologico. Il sottotitolo ne svela, almeno in parte, il vero contenuto senza però rendere realmente chiaro che cosa ci si debba aspettare.

Superata però la titubanza dovuta al titolo e, forse, un certo impaccio nella lettura delle prime pagine il libro cresce passo passo e si rivela per ciò che è: una grande storia di famiglia.

Cinque secoli della famiglia Farrell Bertrand raccontati, vissuti o rivissuti da Ada Bertrand, grecista all'universita di Bologna. Attraverso Ada scopriamo lentamente ma non in un noioso ordine cronologico la genesi nobile o presunta tale della famiglia Bertrand originaria di due cittadine di fantasia della Sicilia (Donora e Ordalè) e l'unione con i Farrell, ricchi commercianti in arrivo da Firenze.

Il libro ha inizio ad un congresso a Cambridge, sui morti nei poemi classici, dove la protagonista e voce narrante ha una serie di incontri che, in qualche modo, segneranno profondamente il suo futuro e saranno anche il legame che unirà le scoperte sul passato della sua famiglia. Contemporaneamente al disgregarsi della sua vita personale Ada si trova a scoprire, più per caso che per una vera e propria ricerca, una serie di sorpendenti informazioni sui suoi antenati, a partire dall'amatissimo zio Tancredi Bertrand e dalla rigidissima nonna Ada Ferrell fino ai capostipiti di quasi cinquecento anni prima. 

Una realtà familiare molto diversa da quella ufficialmente conosciuta che Ada comprende ed accetta mentre la cugina Lauretta (quella del sottotitolo del libro) cresciuta insieme a lei non solo non rifiuta ma vorrebbe nascondere o cancellare.

Svelare di più sarebbe scorretto per il lettore è soprattutto lo priverebbe del piacere di interpretare la storia secondo il suo personale sentire. Il libro, infatti, svela molte cose ma molte altre le fa solo capire senza mai scriverle esplicitamente. Occorre quindi saper cogliere con molta attenzione le indicazioni che l'autrice fornisce, metterle insieme e dedurre chi sono o chi sono stati realmente molti dei personaggi della saga.

Proprio questo non svelare apertamente alcuni aspetti ha suscitato in alcuni casi, rari a dir il vero, dubbi che hanno una portato ad un apprezzamento del libro inferiore a quella che, a mio giudizio, merita. Invece è proprio questo uno degli elementi che mi hanno fatto amare "La vita sessuale dei nostri antenati". Tra l'altro, e non è cosa di poco conto, la necessità di capire, di intuire rende la lettura molto attenta.

Un libro molto interessante, molto particolare, dedicato ed incentrato sulle figure femminili, sul loro inserimento e riconoscimento sociale in epoche diverse che tocca (o fa intuire?) problematiche che vanno al di là del semplice "genere". Un libro anche che vuole "volare alto" ed effettivamente lo fa senza però abbandonare mai il racconto e restando sempre un romanzo. Non è nemmeno lontanamente un saggio né per il tipo di scrittura né per la struttura.

L'unico punto debole, se tale si puo considerare, è l'eccesso di richiami, riferimenti e citazioni soprattutto alla Grecia classica per nulla semplici o facilmente conosciuti che, a tratti, mi è sembrato un piccolo eccesso, quasi un esibizionismo culturale dell'autrice. Non a caso alla fine del libro è stata inserita una preziosa guida delle citazioni. Un libro corposo (supera le 450 pagine), ricco, assolutamente interessante ed intrigante. Da leggere e consigliare.


Pubblicata su Ciao.it: 12/10/15
Pubblicata su Libri e Libretti: 21/05/16

I peccati della bocciofila

I peccati della bocciofila (Marco Ghizzoni)
"I peccati della bocciofila" è il secondo romanzo di quella che potrebbe diventare, o è già diventata, una serie. L'autore, Marco Ghizzoni, ripropone infatti il paese di Boscobasso ed il maresciallo Bellomo già protagonisti del precedente "Il Cappello del maresciallo”.

In un paese del cremonese, il surreale Boscobasso (che a me ricorda tanto il Borgorosso di un vecchio film con Alberto Sordi), si inaugura il nuovo bocciodromo, fortemente voluto dal sindaco e dal parroco per portare la squadra della bocciofila locale, Alma Mater, alle finali provinciali e passare di categoria.

Il bar del nuovo impianto è gestito da una coppia brasiliana. Lui scontroso e sfuggente, lei non bella ma decisamente procace.

Proprio dal momento dell'inaugurazione cominciano i problemi per l'agrigentino maresciallo Bellomo, responsabile della locale stazione dei Carabinieri, preoccupato dalle novità ed i cambiamenti in paese, spesso forieri di guai.
Una rissa o presunta tale, una scomparsa o presunta tale, un avvelenamento o presunto tale, un furto o presunto tale ma anche pettegolezzi che riportano verità e verità che distorcono la realtà. Amori incompresi, amori reali e presunti, amori tormentati ed amori clandestini. Tutto sembra sconvolgersi nel paese per poi acquietarsi e sconvolgersi di nuovo.

Il libro inserisce o cerca di unire trama gialla e commedia utilizzando lo schema della commedia degli equivoci.

Sebbene interessante e particolare il meccanismo non sempre funziona al meglio ed in alcuni casi penalizza il libro che non riesce mai a prendere realmente una piega gialla e rende il lato brillante (a volte anche comico) debole. I personaggi, talmente numerosi da rendere l'inizio un po' caotico, sono troppo spesso ridotti a macchiette e rischiano di venire a noia.

La lettura non è agevole all'inizio perché ci si racapezza poco e diventa un po' scontata e ripetitiva alla fine. I colpi di scena o gli equivoci, frequentissimi, non tutte le volte riescono ad essere pienamente tali e si perdono spesso senza raggiungere l'obiettivo di inchiodare il lettore, almeno il sottoscritto, alla pagine.

Nel complesso il libro non è travolgente anche se l'esasperato racconto della vita di provincia a tratti risulta molto divertente.


Pubblicata su Ciao.it: 30/08/15
Pubblicata su Libri e Libretti: 30/01/16

L'amore in un clima freddo

L'amore in un clima freddo (Nancy Mitford)
"L'amore in un clima freddo" non è solo una lettura piacevole, leggera ma non sciocca, storica ma non vecchia e datata, ironica e sarcastica ma non volgare e pesante. E' anche un piccolo spaccato di vita della grande aristocrazia terriera inglese negli anni venti e trenta. 

Un libro senza tempo che si può leggere oggi come al momento della prima pubblicazione, nei primi anni Quaranta, ed apprezzare dall'inizio all'ultima pagina. 

Fanny, ragazza della piccola aristocrazia, pacata e anticonformista racconta in prima persona la storia di Polly, sua coetanea ed amica, figlia unica della aristocraticissima e bizzarra famiglia Montdore. Ex governatore dell'India Montdore è succube di una moglie di estrazione inferiore ma debordante, dedita all'affermazione sociale ed alla ricerca di un marito per la bellissima figlia. Matrimonio che, quando arriva, sconvolge tutti. Polly infatti sposa il vecchio zio, appena diventato vedovo e, per di più, da molti anni anche amante della madre.

Polly viene diseredata così tutti i beni divrebbero passare ad un lontano parente canadese (e per questo ritenuto rozzo ed ignorante). I Montdore si mettono alla sua ricerca nella speranza di poterlo educare e preparare sperando di poter far continuare i lustri familiari e la dinastia. Il lontano parente, quando comparirà, si rivelerà invece già raffinatissimo conoscitore di arredamento, moda femminile e cura del corpo. La sua presenza, stupendamente gay, rianimerà la vita dei Montdore ributtandola nel tourbillon della mondanità inglese.

Il libro è bello, affascinante, divertente, pieno di ironia curata ed elegante. Un'ironia a tratti esilarante ma spietata che richiama due scrittori non molto lontani come Wodehouse e Waugh.

Suggerisco anche di cercare e leggere la biografia dell'autrice, Nancy Mitford, e delle sue cinque sorelle, tutte magnificamente anticonformiste, bizzarre ed intelligenti. Conoscere un po' della vita dell'autrice e della sua famiglia può infatti aiutare ad apprezzare ancora di più "L'amore in un clima freddo" perché fa comprendere come il mondo raccontato sia esistito realmente così come le sue stranezze e soprattutto come Nancy Mitford di quel mondo facesse parte e, forse, proprio per questo sia riuscita a metterlo alla berlina con raffinata eleganza.

Un libro molto più che consigliabile, un libro assolutamente da non perdere.


Pubblicata su Ciao.it: 31/03/15
Pubblicata su Libri e Libretti: 27/12/15




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